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Vertical Farm, una soluzione o un rischio per la biodiversità?

Vertical Farm, cosa sono, come funzionano. E sono davvero il futuro dell’agricoltura?
Il problema: entro il 2050, quasi l’80% della popolazione terrestre risiederà nei centri urbani. Applicando le stime più prudenti alle attuali tendenze demografiche, entro questo limite di tempo la popolazione umana aumenterà di circa tre miliardi di persone.

Questo significa che per coltivare il cibo sufficiente per nutrirli, con le pratiche agricole tradizionali, ci sarà un incremento esponenziale della richiesta di terreni: oggi, quasi il 40% della superficie terrestre è sottoposta alle attività agricole e zootecniche, con una porzione di suolo idoneo alla coltivazione pari a 4,4 miliardi di ettari (ossia 146 volte l’Italia), eppure negli ultimi 40 anni è diventato improduttivo il 30% dei terreni coltivabili. Storicamente, circa il 15% è stato devastato da cattive pratiche di gestione.

Vertical farm: cosa sono

Utilizzando diversi tipi di tecnologie, le aziende agricole verticali sono un nuovo tipo di agricoltura in ambiente controllato (CEA) che potrebbe essere descritta come una pila di serre una sopra l’altra, che moltiplicano la resa per il numero di piani che compongono la vertical farm.

Il numero di aziende agricole verticali è cresciuto fino a raggiungere diverse centinaia di aziende agricole in Asia, Europa e Nord America dalla prima apparizione nel 2010.

Oggi è diventata una soluzione alla maggior parte dei problemi derivanti dall’agricoltura tradizionale all’aperto: occupando meno terreni può contribuire al ripristino delle foreste e operando in un quadro di economia circolare, utilizza meno risorse e riutilizza i rifiuti organici.

Anche gli impatti sulla salute potrebbero essere significativi poiché l’agricoltura all’aperto contribuisce alla diffusione di malattie infettive globali. Sebbene le fattorie verticali richiedano un ambiente ad alta tecnologia, che può essere acquisito principalmente nei paesi ricchi, il modello potrebbe diventare una soluzione praticabile nei prossimi anni per aumentare la sufficienza alimentare delle città di tutto il mondo, con una moltiplicazione, però, dell’agricoltura commerciale.

Vertical farm: come funzionano

Le fattorie verticali differiscono principalmente tra loro in termini di metodi tecnologici utilizzati per coltivare piante commestibili al chiuso.

Il primo, l’idroponica, consiste nella coltivazione di piante su un substrato neutro e inerte (es. sabbia, argilla e materiale roccioso), che viene regolarmente irrigato da un liquido fortificato con minerali e nutrienti necessari per sostenere la crescita delle piante. L’utilizzo di sistemi idroponici impiega il 60-70% di acqua in meno rispetto alla tradizionale agricoltura outdoor. Sono ampiamente utilizzati da centinaia di migliaia di serre commerciali e fattorie verticali in tutto il mondo.

Il secondo sistema per l’agricoltura verticale è l’aeroponica, attraverso la quale le piante vengono coltivate senza l’uso di alcun terriccio (o sostituto del suolo): le loro radici, sospese nell’aria all’interno di un contenitore chiuso, sono esposte a una sottile nebbia di acqua ricca di sostanze nutritive, spruzzato regolarmente attraverso un’apertura. Sebbene questo sia un metodo relativamente nuovo per coltivare piante commestibili, è sempre più utilizzato da fattorie verticali commerciali negli Stati Uniti.

Infine, un metodo ibrido, l’acquaponica, che integra la produzione ittica nello schema di coltivazione idroponica, poco usato per la complessità e l’alto costo.

Vertical farm: la soluzione definitiva? Per tutti?

L’agricoltura verticale sembra una valida soluzione ai problemi legati all’agricoltura tradizionale all’aperto. Il suo primo e principale contributo è sull’ambiente.

Metà degli alberi del mondo, l’equivalente delle dimensioni del Brasile, sono stati disboscati per creare terreni coltivabili. L’agricoltura indoor, in particolare l’agricoltura verticale, permetterebbe di ridurre la quantità di terra necessaria per sfamare la popolazione mondiale in costante aumento e potrebbe addirittura contribuire al ripristino del 60-70% delle foreste (due trilioni di alberi), che sequestrerebbero abbastanza carbonio per invertire il tasso di riscaldamento globale.

Esiste tuttavia un problema: l’alto costo consentirebbe solo ai paesi sviluppati di organizzare vertical farm efficaci e, soprattutto, solo le grandi compagnie commerciali potrebbero sostenerne il costo. Il rischio è evidente: lasciare nelle mani dei big il controllo dell’agricoltura, da sempre fonte di sostentamento per le popolazioni più povere.

In secondo luogo, non bisogna dimenticare che questi sistemi impiegano energia ed emanano gas serra, non solo, producono rifiuti da riciclare, il che creerebbe un problema di non facile soluzione.

Inoltre, l’acqua da impiegare dovrebbe essere pulita e di buona qualità, e l’acqua è uno dei beni che più rapidamente si stanno esaurendo.

Un rischio per la biodiversità

Infine, un argomento fondamentale per chi ha ormai intrapreso la via del consumo di prodotti tipici, per chi crede nella biodiversità come risorsa indispensabile per sfamare tutti i popoli del mondo attraverso le colture tradizionali e perfettamente adattate al loro ambiente.

Immaginate, per assurdo (questo non avverrà mai ma è per chiarire bene il rischio) di coltivare il vitigno barbera in una vertical farm: se ne otterrebbe vero barbera? Dobbiamo rinunciare alla tipicità, non c’è davvero altro modo?

Ovviamente, in questi sistemi di coltivazione si privilegiano poche qualità di ortaggi, ad alto rendimento e generalmente ibridi. In questo modo perdiamo la ricchezza colturale e anche il sapore dei cibi perché, come in Italia sappiamo bene, ci sono determinati prodotti che sono frutto della terra e dell’aria, dei sistemi di coltivazione tradizionali e grazie a queste specificità possono offrirci quello specifico bouquet di sapori.

Ci sono i famosi dop e igp dei quali noi siamo, giustamente, fieri. Dobbiamo dar loro l’addio? Il rischio è di buttare il bambino con l’acqua del bagnetto, e fa paura, molta.

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