Spreco di cibo: durante il lockdown è drasticamente diminuito. Quando una pandemia ci rende un po’ più saggi.

Nell’UE, ogni anno vengono generate circa 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari con costi associati stimati in 143 miliardi di euro (dato 2016). Si tratta di numeri impressionanti: lo spreco di cibo, infatti, non è solo una questione etica ed economica, ma impoverisce anche l’ambiente delle ormai limitate risorse naturali.  

È solo riducendo gli sprechi che l’Europa potrà tentare di raggiungere gli obiettivi del Green Deal annunciato a gran voce quest’anno. Ricordiamo infatti che lo spreco alimentare genera circa l’8% delle emissioni globali di gas serra: per contro, ricordiamo che circa 33 milioni di persone nell’UE non possono permettersi un pasto di qualità ogni due giorni. 
 

Beninteso, non si parla solo di spreco casalingo ma anche da parte di chi produce e trasforma gli alimenti, dei rivenditori, della Grande Distribuzione, gli operatori dell’ospitalità. 

Già dal 2013 il Ministero dell’Ambiente italiano aveva iniziato a lavorare su un Piano Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare in collaborazione con Last Minute Market, uno dei principali attori italiani nella gestione dei rifiuti alimentari. Questo progetto è stato un vero processo che ha coinvolto i principali stakeholder della catena alimentare. 

In questo senso, fondamentale è stata la Legge nazionale sulla donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici per aiuti sociali e per limitare gli sprechi (Legge 19 agosto 2016, n. 166 ‘Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la fine degli sprechi ‘) emanata dal Parlamento italiano il 2 agosto 2016. 
 
Questo regolamento, composto da 18 articoli , rende più semplice donare cibo a enti di beneficenza e banche alimentari: gli operatori del settore alimentare possono donare gratuitamente cibo avanzato a organizzazioni e simili che si occupano della raccolta di questi beni. E ‘possibile anche la raccolta degli avanzi di prodotti agricoli direttamente in campo. 

La saggezza deriva dall’esperienza, anzi, dall’Emergenza

Probabilmente, le emergenze rendono più saggi, più parsimoniosi, fanno emergere i ricordi dell’educazione antica. O, molto più semplicemente, la difficoltà di approvvigionamento (code fuori dal supermercato, ingresso numerato da panettiere e fruttivendolo, spingere il carrello da soli, non essere distratti dal gruppo familiare) hanno reso il cibo più prezioso. 

In parte, probabilmente, l’emergenza ha un po’ sopito il bambino che è in noi, limitando il numero di cibi voluttuari, in parte, andando a fare la speda da soli, ci si è concentrati maggiormente, si è preparato un menù settimanale, si è pensato al riutilizzo degli avanzi. Molti hanno ricominciato a fare pane e dolci in casa. Sono anche sorti orti nei balconi, nei cortili e nei giardini. 

Fatto sta, e lo annuncia Coldiretti Friuli-Venezia Giulia, più di un italiano su due ha ridotto lo spreco di cibo usando come strategia la maggior attenzione alle date di scadenza, riportando in cucina gli avanzi, acquistando prodotti freschi a chilometro zero da consumare immediatamente per gustarne la preziosa qualità 

Insomma, spiega Coldiretti, i dati positivi sul piano della riduzione dello spreco alimentare emersi dall’emergenza coronavirus, fanno pensare anche ad una maggior consapevolezza sul valore del cibo, del cucinare, del condividere. 

Secondo Waste Watcher, il primo Osservatorio nazionale sugli Sprechi, attivo per iniziativa di Last Minute Market, nel 2019 lo spreco italiano pro capite giornaliero è di 100 grammi di cibo pro-capite. Pochi? Sembra, ma in un anno si arriva a36,96 chili di alimenti; una famiglia arriva a sprecare 84,9 kg di cibo in un anno, pari a circa 250 euro. A livello nazionale sprechiamo 2,2 tonnellate di cibo l’anno, equivalente allo 0,6% del PIL. Mica male. 

Si spreca nelle mense scolastiche, nella grande distribuzione. Spreca chi produce e chi trasforma. 

Il triste primato dei cibi buttati appartiene alla verdura, seguita da latte e latticini, poi la frutta e i prodotti da forno. Le ragioni? Aver raggiunto o superata la data di scadenza, essere andato a male o non essere stato gradito. 

Evidentemente, nel periodo di lockdown, è cambiato almeno parzialmente il nostro rapporto con il cibo, lo abbiamo acquistato nelle giuste quantità, forse ce lo siamo fatti portare a casa dai negozi di vicinato, forse abbiamo cucinato più spesso, magari tutti insieme. 

E i risultati si vedono. 

Educare alla comprensione del valore dell’agro-alimentare. Lo dice Coldiretti

“Il percorso da seguire è quello dell’educazione alimentare, l’unico modo per rendere i giovani consapevoli del valore dell’agroalimentare”, lo dice Coldiretti commentando l’indagine Coldiretti/Ixè diffusa in occasione dell’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’uomo avrà utilizzato tutte le risorse naturali che la Terra può rigenerare, che per il 2020, a livello mondiale, è il 22 agosto, con uno slittamento in avanti di 24 giorni rispetto all’anno precedente per effetto delle misure di contenimento messe in atto in tutto il mondo in risposta alla pandemia. 

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