Prodotti italiani contraffatti: da Alibaba Parmesan Cheese e Mozzarella

Prodotti italiani contraffatti, ma non borse e vestiti: era solo questione di tempo e sapevamo ci saremmo trovati le bufale sui cataloghi on-line. E si tratta di vere bufale, sotto forma di mozzarelle, e altri cibi italiani, in vendita su Alibaba. Sappiamo, purtroppo, che sono sempre più numerosi i prodotti italiani contraffatti. Ma il Parmesan cheese, la mozzarella made non si sa dove, la burrata, il mascarpone, la pancetta, la salsa di pomodoro, venduti come prodotti da stabilimenti italiani in Italia, secondo tutti i crismi, ci fanno più male delle finte borse Alviero Martini. Ci offendono più profondamente. Perché tutto possiamo sopportare ma non che ci tocchino la pummarola e la mamma. 

La notizia la dà Coldiretti in occasione della multa da 18,2 miliardi di yuan (pari a 2,78 miliardi di dollari) per abuso di posizione dominante annunciata dalle Autorità cinesi nei confronti del gigante dell’e-commerce Alibaba. Eppure, il fondatore di Alibaba, Jack Ma, sta svolgendo un’intensa campagna di sensibilizzazione ed era venuto in Italia nel 2016 al Vinitaly proprio per promuovere le vendite di vino e altre specialità alimentari Made in Italy. La collaborazione tra il Ministero delle Politiche Agricole, l’Istituto repressione Frodi (Icqrf) e il Gruppo Alibaba per promuovere le eccellenze agroalimentari del nostro Paese e combattere i falsi è stata rinnovata con un accordo del 25 marzo scorso – ricorda Coldiretti. 

Eppure, la contraffazione, la falsificazione e l’imitazione del Made in Italy, alimentare e no, nel mondo – il cosiddetto italian sounding – supera per fatturato i 100 miliardi di euro, con quasi due prodotti apparentemente italiani su tre in vendita sul mercato internazionale, sempre secondo Coldiretti. Il danno è economico e di immagine.  

Per i consumatori italiani il danno è limitato, poiché nessuno di noi comprerà mai mozzarella su Alibaba. Tuttavia, scherzi come questi ci costano, appunto, miliardi di euro.  

E dire che nell’anno dell’emergenza Covid, l’agroalimentare italiano ha fatto il record storico delle esportazioni, superando i 46,1 miliardi di euro, risultato eccezionale e del tutto in controtendenza con altri comparti tipici del made in Italy, come il tessile. L’Italia può ripartire dall’agricoltura, certo, ma lo stop dei settori collegati, turismo culturale ed enogastronomico, percorsi tematici, Heritage, che da sempre contrassegnano i nostri territori, non può che rallentare la ricrescita. La perdita di turisti è stato il fenomeno più disastroso del 2020 e lo sarà, forse, del 2021 (senza parlare, ora, del costo in vite umane, che non è ovviamente quantificabile). 

Italian sounding: quando davvero basta la parola 

Nulla di strano se cercano di imitarci: come si suol dire, l’imitazione è il più alto gesto di ammirazione. Tuttavia, negli scorsi mesi abbiamo subito una serie di attentati ai nostri cibi tipici che sono troppo ripetuti per essere casuali. Per fare un esempio recente, l’adozione, contro il parere dell’Italia, dell’etichettatura Nutriscore, un sistema di classificazione del cibo che penalizza la dieta mediterranea. L’Italia sta lavorando con i Paesi che ancora non hanno espresso un parere formale rispetto al Nutriscore, come la Polonia, la Slovacchia, la Croazia e la Spagna “per trovare quella minoranza di blocco che come ultima ratio ci servirà per fermare questo grave pericolo per il sistema agroalimentare italiano”. Lo dice Coldiretti. 

Per contro, la dieta mediterranea, nell’anno dell’emergenza sanitaria, si è classificata come migliore dieta al mondo davanti alla dash e alla flexariana. È ancora Coldiretti  a renderlo noto, sulla base del best diet ranking 2021 elaborato dal media statunitense U.S. News & World Report, noto a livello globale per la redazione di classifiche e consigli per i consumatori. 

Il primato generale della dieta mediterranea è stato ottenuto grazie al primo posto ottenuto in ben cinque specifiche categorie: prevenzione e cura del diabete, difesa del cuore, mangiare sano, componenti a base vegetale e facilità a seguirla. 

Purtroppo, questa delle bufale di Alibaba è solo una delle tante truffe simili che circolano per il mondo. Questa fa particolare scalpore perché Alibaba è un gigante della vendita internazionale che, se non può conquistare il consumatore italiano, che non comprerà mai il Parmesan Cheese, se non per una scommessa con gli amici, avvicinerà i consumatori stranieri a prodotti scadenti. E difficilmente questi consumatori riusciranno a capire la differenza. 

Teniamo conto che le referenze a catalogo sono moltissime: si va dalla Fior di Latte e dalla mozzarella in generale (con foto di irresistibile comicità) allo Squacquerone, dal Parmesan cheese (dall’aspetto veramente improbabile) alla scamorza affumicata. Non mancano salsa di pomodori, salatini, pizze surgelate, salse di pecorino e cipolla. La stessa Alibaba pubblica liste in inglese di consigli sugli acquisti, perché i consumatori non si facciano imbrogliare dai prodotti tarocchi  (e rimuoverli?): guardare le recensioni sui fornitori, fare attenzione all’anzianità dell’account del venditore, verificare il profilo dell’azienda, perché comprende i dati confermati e non confermati da Alibaba. E ancora, verificare il nome dell’azienda, comprendere il tipo di attività, la nicchia, le certificazioni, non fidarsi degli account gratuiti. Intento lodevole ma chi, davvero, approfondirà questi aspetti? Certo non tutti coloro che comprano a caro prezzo il Parmesan Cheese nel supermercato o nel negozio, e lo trovano buono: su Alibaba è persino economico (bisogna comprarne, però, grossi quantitativi, evidente richiamo a ristoratori poco onesti). 

Italian sounding: come lo contrastiamo? 

Insomma, i prodotti italiani contraffatti adesso arrivano anche per posta. Eppure, già dal 2019, il decreto Crescita, tra le altre disposizioni, introduceva una maggiore tutela del Made in Italy, in particolare per la categoria dei marchi storici di interesse nazionale, concessi a partire da 50 anni o utilizzati da almeno 50 anni. Il decreto prevedeva inoltre incentivi per il deposito di marchi e brevetti e per provvedimenti sull’Italian Sounding: in particolare, l’articolo 32 del decreto, aveva lo scopo di aiutare le imprese italiane operanti sui mercati esteri concedendo un incentivo fiscale pari al 50% dei costi sostenuti in relazione a procedimenti giudiziari di beni interessati dal fenomeno Italian sounding. 

Sembra di tappare uno scafo con un dito. D’altra parte c’è chi sostiene che, a parte il danno economico, il cibo “italian sounding” apre nuove mercati, e che se caliamo su quei mercati con i nostri prodotti originali, più buoni, i consumatori stranieri se ne accorgeranno. Forse, ma i prodotti veri saranno anche più cari. E può sempre capitare di sentirsi dire dal solito turista col calzino e i sandali: “Il cibo italiano è più buono in America (o Germania, o Irlanda, o Argentina)”. Ecco qual è il rischio: globalizzare al ribasso, una strategia che l’Italia non può permettersi. 

Fonti: Coldiretti, Campagna Amica 

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