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Italian sounding: ci si mette anche il Cile

Italian Sounding in Cile, è l’allarme lanciato da Coldiretti: serve più impegno dell’Ue nei negoziati di libero scambio per tutelare il Made in Italy 

Arrivano i falsi Asiago, Parmigiano reggiano e mortadella Bologna in Cile con l’ennesimo colpo alle produzioni Made in Italy assediate dai tarocchi con un danno per oltre cento miliardi di euro ogni anno nel mondo. Si è infatti appreso che sulla Gazzetta Ufficiale cilena sono comparse delle domande di registrazioni dei tre marchi “Asiago”, “Bologna” e “Parmesan” da parte del Consorzio statunitense CCFN (Consortium of Common Food Names). 

“Una richiesta grave – sottolineano in Coldiretti Piemonte – alla luce degli sforzi intrapresi dall’Unione europea nell’ambito dei negoziati sulla modernizzazione dell’Accordo di Associazione UE-Cile attualmente in corso. Serve una efficace azione di contrasto a livello internazionale della UE al WTO (Organizzazione mondiale del commercio) ma anche un maggiore impegno nei negoziati di libero scambio dell’Unione Europea per tutelare il Made in Italy”.  

Etichetta nera in Cile, anche sui prodotti tradizionali italiani 

La cosa che veramente sconcerta è che il Cile ha da tempo introdotto una speciale etichettatura per alimenti di consumo sviluppate in conformità con il Codex Alimentarius, uno standard stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Da una parte l’utilità è discutibile, poiché l’educazione alimentare non si fa certo a colpi di etichette, che fra l’altro sono scritte in caratteri piccoli e spesso stampate sulle saldature delle confezioni, il che le rende difficili da leggere (e che sono simili a quelle sugli alimenti confezionati negli Stati Uniti). Dall’altra questa etichettatura, che consiste in etichette nere ottagonali, stampate con le parole “alto en” (high in), viene stampigliata indiscriminatamente su prodotti che superano, per 100 grammi: 275 calorie, 400 milligrammi di sodio, 10 grammi di zucchero o 4 grammi di grassi saturi. Ebbene, al bollino nero non sono sfuggiti proprio alcuni alimenti tipici italiani dei quali si sconsiglia il consumo, parliamo proprio di Parmigiano, Gorgonzola, prosciutto e addirittura gli gnocchi. 

Quando ci si mettono le lobby 

Si sa che il CCFN è la lobby dell’industria casearia americana che produce i falsi formaggi italiani negli USA e che aveva già esplicitamente chiesto al Governo degli Stati Uniti di imporre tasse alle importazioni di prodotti europei al fine di favorire l’industria del falso Made in Italy negli USA e costringere l’Unione Europea ad aprire le frontiere ai tarocchi a stelle e strisce. Applicare indistintamente l’etichetta nera a uno snack industriale e a un Parmigiano Reggiano non solamente confonde il consumatore ma è un vero e proprio errore dietetico, che sottintende una scarsa cultura del cibo di qualità. E a farne le spese, guarda caso, è sempre il nostro paese che, con la sua serie di prodotti d’eccellenza, fa una concorrenza leale ai sottoprodotti industriali, che però vorrebbero finalmente annullare questa superiorità italiana. 

La minaccia è reale e l’avevamo già visto nei mesi scorsi, con i prodotti italiani bufala venduti persino su Ali express. Oltre al danno d’immagine, perché è ovvio domandarsi quanti stranieri saranno veramente capaci di giudicare, all’assaggio, un prodotto made in Italy e uno fabbricato non si sa dove né come, ma “che suona italiano”, queste falsificazioni costituiscono un danno economico elevato al comparto dei cibi tipici italiani, continuamente minacciato. 

Dice Filiera Italia: “è gravissimo il tentativo di scippo che si sta consumando in Cile a danno di tre delle nostre più conosciute indicazioni geografiche come Asiago, Mortadella Bologna e Parmigiano Reggiano. Come Filiera Italia chiediamo alla Commissione europea e al Governo italiano di intervenire immediatamente presso le autorità cilene e garantire una tutela concreta per i nostri produttori”. 

Ribadisce Coldiretti Piemonte: “Non c’è quindi tempo da perdere per un intervento dell’Unione Europea che deve bloccare l’ennesimo scippo ai danni del sistema agroalimentare nazionale con ripercussioni a lungo termine su lavoro, esportazioni e possibilità di sviluppo delle imprese. Atti di questo tipo ledono l’immagine dei nostri formaggi e salumi, oltre a danneggiare le numerose eccellenze casearie e, più in generale, enogastronomiche Made in Piemonte. Per colpa del cosiddetto italian sounding nel mondo, più due prodotti agroalimentari Made in Italy su tre sono falsi senza alcun legame produttivo ed occupazionale con il nostro Paese. Con la lotta al falso Made in Italy a tavola si possono creare ben 300mila posti di lavoro in Italia”.  

Come spiega dettagliatamente anche Filiera Italia, il consorzio americano non è nuovo a simili tentativi e, oltre al Cile, cerca di rivendicare il diritto di produrre cibo italiano “bufala” su più mercati possibile con severi contraccolpi verso il nostro patrimonio economico ma anche occupazionale, di storia e di tradizione e portando comunque avanti una truffa, perché i consumatori trovano nelle confezioni imitazioni di scadente qualità. 

Etichette o informazioni? Il caso dell’etichetta semaforo francese 

Anche l’Unione Europea dovrebbe dire la sua, e con forza, tuttavia, quanto a etichettatura del cibo, avevamo assistito all’adozione in Francia e poi in Germania, Spagna, Belgio e Olanda dell’etichetta a semaforo contro quella proposta dall’Italia, la Nutrinform, che invece di segnalare semplicemente i cibi con il rosso di cattivo, il verde di buono, e il giallo di così così (per sintetizzare), propone di informare sulla qualità dell’alimento, con tutto vantaggio della dieta Mediterranea e delle produzioni italiane. Insomma, non escludere alcun cibo, sempre che sia di qualità e non un pastrocchio industriale, ma inserirlo in un corretto approccio alimentare a sostegno di una dieta e uno stile di vita sani e bilanciati. 

Fonti: Coldiretti Piemonte, Filiera Italia 

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