Italia regina delle certificazioni di qualità: un meritato vantaggio per il nostro Paese

Sono 855 le certificazioni di qualità del nostro Paese tra vini, carni, formaggi e oli italiani certificati, a cui si affiancano le bevande alcoliche. L’Italia si conferma il primo Paese per numero di riconoscimenti Dop, Igp e Stg assegnati dall’Unione Europea.

Secondo i dati di Qualigeo, la banca dati della fondazione Qualivita, un quarto dei prodotti certificati in Europa, sono prodotti di origine italiana.

Come segnalato da diverse ricerche, la tipicità dei nostri prodotti enogastronomici ha un forte impatto sul turismo eno-gastronomico poiché i turisti, spesso esteri, desiderano vivere un’esperienza completa nel consumo di una destinazione, in particolare per il patrimonio naturale e culturale nella sua forma “palpabile” il cibo genuino.

Questa sensibilità, che è sicuramente un tratto recente del turismo nel nostro Paese (recente rispetto alla storia dei grandi Viaggi in Italia documentati da scrittori e artisti di ogni paese). Il cibo non è più considerato come una necessità un po’ volgare, specialmente dai paesi di cultura anglosassone e tradizione puritana, nei quali l’ingordigia assume tratti di autentico attentato alla purezza della carne.

Negli ultimi decenni, un diverso approccio al mangiare di qualità è divenuto uno stile di vita virtuoso, che denota rispetto e interesse non solo per i popoli produttori ma anche per la propria persona, condotta ad esperienze enogastronomiche raffinate, che nulla hanno che vedere con un mangiare sguaiato e inconsapevole. Il tutto a beneficio del sistema produttivo e dello sviluppo delle comunità locali legate ai giacimenti gastronomici. In sostanza, l’esistenza di questi giacimenti e la loro tutela e conoscenza è entrata nelle politiche di marketing territoriale, come valore aggiunto per i sistemi locali.

La UE e il cibo italiano: facciamo chiarezza

Le molte eccellenze gastronomiche italiane, un patrimonio stimato 75 miliardi di euro, contrariamente a quanto spesso affermato, sono tutelate dalla UE sia nei paesi CEE sia in quelli extra CEE.

È pur vero che questo non impedisce una concorrenza squallida e di poca qualità, talora francamente ridicola, come l’immissione sul mercato internazionale di prodotti “italian sound”, il cui nome suona italiano, come l’ormai celeberrimo “parmesano cheese”, oggetto di sdegno ma anche di legittima ilarità.

Ci danneggia? In qualche maniera, forse anche se chi all’estero compra il Parmigiano mai comprerà il Parmesano cheese.

Nonostante queste pittoresche iniziative, proprio la liberalizzazione UE del commercio verso paesi extra-UE di una gamma di prodotti DOP e IGP europei, contraddistinti da un marchio di eccellenza, attribuisce al produttore due vantaggi: l’abbassamento dei costi di esportazione e la credibilità di un marchio di origine in grado di influenzare positivamente il consumatore.

Il marchio Dop insieme con, IGP indicazione geografica specifica, e STG, specialità tradizionale garantita sono i tre marchi europei di qualità che vengono attribuiti al ” made in” nel settore agroalimentare: DOP e IGP in particolare prevedono un’applicazione puntuale di regole di produzione, di cui sia provata l’origine storica nel territorio dichiarato nella denominazione. Il marchio STG non è invece necessariamente legato ad un determinato territorio” riferisce ancora l’articolo pubblicato su nel 2018 su ec.europa.eu.

I turisti, gli italiani e il cibo

Il consumatore è influenzato da questi marchi di garanzia? Sì e no: il consumatore italiano, esperto ed educato, compra con una certa competenza e probabilmente riesce meglio a leggere le etichette, a comprendere quali sono gli alimenti veri e quelli falsi, grazie anche al sistema nazionale di denominazioni che controlla la provenienza e le composizioni di cibi e vini in tutto il paese.

D’altra parte, per gli italiani mangiare bene è una tradizione, quasi un’abitudine. Per gli Americani, un privilegio. Per questo i nostri giacimenti gastronomici sono tanto importanti, specie di questi tempi, per rinnovare e aumentare il prestigio italiano all’estero, conquistare la fiducia e attirare nel nostro paese turisti che cerchino esperienze gastronomiche di qualità, nel rispetto delle tipicità delle zone d’origine il cui patrimonio gastronomico non è casuale ma frutto dell’impegno costante e testardo in una lunga storia di famiglie e di uomini.

Marchi di garanzia: capiamoli meglio

Per quanto riguarda il cibo, esistono tre differenti marchi di garanzia: DOP, IGP e STG

Il DOP, Denominazione di Origine Protetta, denota un prodotto la cui intera fase produttiva è regolamentata e monitorata. Per fare un esempio, la Mozzarella di Bufala Campana è un prodotto DOP, contiene solo latte di bufala campana (non allungato, come alcuni industriali furbetti tentano di fare) e prodotto secondo il metodo tradizionale.

L’ IGP, ovvero Indicazione Geografica Protetta, protegge non tanto il metodo di lavorazione quanto il luogo d’origine del prodotto. Quindi, per esempio, un formaggio IGP deve contenere una determinata quantità di materia prima proveniente da quello specifico luogo di produzione.

Curiosamente, l’aceto balsamico di Modena esiste sia in versione IGP sia DOP: il DOP è più “severo”, perché richiede non solo che sia prodotto esclusivamente con uve Trebbiano e Lambrusco di Modena ma che la fase di lavorazione rispetti la lavorazione tradizionale di Modena e dintorni. L’IGP richiede invece solo il primo requisito, la qualità e provenienza delle uve.

Il Marchio STG, Specialità Tradizionale Garantita, è meno rigoroso e si applica soprattutto alle ricette regionali tipiche. Un esempio per tutti, la Pizza ha marchio STG. Il marchio STG non pretende che il piatto garantito sia prodotto in una determinata regione, ma che generalmente aderisca agli elementi e ingredienti base della produzione.

Ad esempio, la pizza Napoletana deve contenere pomodoro San Marzano e formaggio di Fior di Latte Campano ed essere lievitata secondo il tradizionale metodo a doppia lievitazione. In termini pratici, non è regolato così strettamente quanto il rigoroso DOP.

I vini italiani: biodiversità, complessità e polemiche

Diversi ancora sono i marchi di qualità dei vini, addirittura più complessi e oggetto di continue bagarre, richieste di allargamento del disciplinare, talora legittime, da parte di regioni vinicole attigue, che effettivamente producono con gli stessi vitigni e la medesima qualità ma sono rimaste escluse dai territori riconosciuti.

Un caso per tutti la DOCG del Gavi, il celebre vino bianco prodotto esclusivamente da uve Cortese in undici comuni della Provincia di Alessandria: Bosio, Capriata d’Orba, Carrosio, Francavilla Bisio, Gavi, Novi Ligure, Parodi Ligure, Pasturana, San Cristoforo, Serravalle Scrivia, Tassarolo.

L’attribuzione della DOCG ai vini prodotti nei comuni limitrofi a Gavi diede origine ad una nota bagarre, che portò alla nascita dell’etichetta Gavi di Gavi, con la quale l’incantevole ma “bellicoso” paese piemontese tentò l’estrema difesa contro quella che considerava un’estensione illecita della propria specifica produzione. L’etichettatura Gavi di Gavi è oggi proibita. Quello delle DOC e DOCG del vino è una tematica tanto complessa quanto affascinante, ricca com’è di aneddoti. E non mancheremo di tornarci.

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