Il Black Friday è un giorno oscuro per il pianeta?

Il Black Friday è ormai arrivato da tempo anche da noi. Il venerdì nero (e non a caso) in cui i negozi, specialmente online, e di elettronica, scontano selvaggiamente nuovi prodotti per invitare i consumatori all’acquisto, non sembrava poter far parte della nostra cultura: aggiustare, conservare, tenere finché possibile era sicuramente un imperativo dei nostri padri. Non lo è dei nostri figli. E il Black Friday costituisce sicuramente un forte impulso all’economia, ma così come è condotto, genera catastrofiche quantità di rifiuti, soprattutto elettronici, di oggetti ancora perfettamente funzionanti. 
Insomma, ci vuole una nuova coscienza “sostenibile” per affrontare diversamente il Black Friday. 

Il modo in cui attualmente produciamo e consumiamo prodotti, dal cibo alla moda, è insostenibile.
I consumatori possono aiutare a guidare il cambiamento acquistando solo ciò di cui hanno bisogno. E la riflessione dovrebbe essere spontanea: cos’è un buon affare?  Comprare solo ciò che veramente ci serve. 
Negli stati più consumisti, come gli Stati Uniti, si stanno creando collettivi di sensibilizzazione che voltano le spalle al Black Friday e, soprattutto, sottolineano l’importanza del riciclo di oggetti attraverso la vendita, lo scambio, il refurbishing.  

La possibilità di far ricircolare un prodotto ha convinto persino le grandi case di moda, sposato, per esempio, durante la Settimana della Moda di Milano: nell’edizione 2019, e proprio nel tempio della moda italiana, le sfilate milanesi Vestiaire Collective hanno l’attenzione sul riuso dei capi di lusso, da acquistare o noleggiare, proponendo ai visitatori di noleggiare un abito di gran marca solo per presenziare agli eventi in programma e poi restituirlo, perché anche altri ne possano usufruire. 

Un altro esempio interessante sono i negozi refurbishing promossi di Louis Vuitton, dove le borse LV vengono decorate e riportate a nuova vita. In questo modo, le creazioni dei grandi brand, lussuose e durevoli, vivono molte vite. A tutto vantaggio della sostenibilità. Quello dell’acquisto e del noleggio dei pezzi usati di grandi firme non è solo un promettente invito alla moda sostenibile ma anche un giro d’affari non indifferente: negli Stati Uniti, abbigliamento, calzature e accessori rappresentano il 49% del giro d’affari dei siti di vendita on-line ed è uno dei settori di mercato a registrare l’indice di crescita più alto. 

Black Friday: qualche idea per la sostenibilità 

Già più di 300 marchi di produttori hanno invitato gli acquirenti a voltare le spalle alle offerte del Black Friday per aiutare l’ambiente.
In Francia, si parla di vietare ai negozi di abbigliamento di buttare gli abiti invenduti per farli invece entrare in un ricircolo virtuoso. E nel campo della moda, in effetti, si sta assistendo a questa tendenza, una vera e propria moda: in ogni città stanno aprendo negozi di usato di lusso, specialmente borse, acquistabili a prezzi abbordabili, o quasi. 
 
Il business globale dell’abbigliamento trae il proprio guadagno proprio da eventi come il Black Friday, perché l’essenza stessa di un certo tipo di moda, i negozi di moda easy, dedicati soprattutto ai giovani, è fondato sul continuo ricambio, su nuovi oggetti che vanno a sostituire oggetti praticamente nuovi che erano di gran moda solo pochi mesi prima: incoraggiando gli acquirenti a comprare di più offrendo prezzi convenienti, garantiscono che i negozi siano riempiti con regolari cambi di stile a rotazione rapida. 
 Gli indumenti vengono acquistati, indossati e scartati rapidamente a favore delle nuove tendenze, che a loro volta vengono presto sostituite. Il consumo eccessivo incoraggia la sovrapproduzione, che aggrava il cambiamento climatico. 

Ogni anno, secondo Greenpeace, le emissioni globali di CO2 della produzione tessile equivalgono a 1,2 miliardi di tonnellate, più dell’impronta di carbonio combinata di tutti i voli internazionali e delle spedizioni mondiali. 
Nel 2016, le emissioni mondiali di gas serra delle sole industrie dell’abbigliamento e delle calzature hanno raggiunto quasi 4 milioni di tonnellate in un solo anno. 

Black Friday ed e-waste 

Con l’evoluzione della tecnologia, i consumatori continuano a desiderare i prodotti più recenti, facendo sì che le generazioni precedenti di dispositivi diventino obsolete. Buttando oggetti ancora utilizzabili, e per di più composti da elementi spesso nocivi. Il costo del loro smaltimento elevato e solo un 30% viene riciclato. Il resto diventa spazzatura inquinante. 

Il problema dell’e-waste è equamente distribuito in tutto il mondo, con la produzione ogni anno di 48 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici.  Nei paesi in via di sviluppo fiorisce un commercio di prodotti tecnologici aggiustati e venduti o donati: in Cina, per esempio, laddove possibile, i pc vengono aggiustati e donati ai bambini che non li possiedono. Ma è anche vero che sul e-waste esistono pratiche di smaltimento “fai da te” non governabili che creano danni all’ambiente e anche alle persone che partecipano alla lavorazione. 

La soluzione è assai più semplice per l’abbigliamento: in fondo, basta donare i capi in buono stato ad associazioni, creare punti di riciclo e scambio. 

Ben diverso sarà invece domare la voglia di tecnologia sempre più avanzata.  Abbiamo bisogno di più riparazioni e ristrutturazioni di rifiuti elettronici, in tutto il mondo.  
Ma è anche vero che è sempre più difficile trovare chi ripari ciò che si rompe. La frase tipica? “Non ne vale la pena, conviene comprarlo nuovo”. 

È vero che eventi come il Black Friday possono comportare un costo nascosto per l’ambiente, ma sono solo una piccola parte di una sfida più grande. Il modo in cui attualmente produciamo e consumiamo tutto, dalla moda al cibo, è sempre più insostenibile a lungo termine. Il passaggio a un modello più sostenibile, come l’economia circolare, sarà probabilmente la chiave per salvaguardare il pianeta e le sue risorse. 

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