Borghi rurali: dal recovery Plan 600 milioni per il recupero

Lo stanziamento di 600 milioni di euro per interventi di restauro e di riqualificazione di borghi rurali e storici è una svolta per sostenere la tendenza degli italiani a tornare a vivere nei borghi dove godere di spazi di libertà più ampi con una maggiore sensazione di sicurezza e benessere nel tempo della pandemia. È quanto afferma Coldiretti nel commentare la misura per la tutela e la valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale contenuta nell’ambito “Turismo e cultura” della missione uno del Recovery Plan.


“Con il rilancio di piccoli borghi rurali abbandonati – commenta Coldiretti Piemonte- – si inizia a programmare l’Italia del post Covid oltre a salvare il nostro grande patrimonio edilizio rurale a rischio degrado. Una occasione anche per alleggerire la pressione demografica sui grandi centri urbani senza un ulteriore consumo di suolo e il rischio di cementificazione in un territorio già fragile”.


Con la grande spinta verso lo smart working, il distanziamento e le limitazioni agli spostamenti, l’emergenza ha cambiato le abitudini sociali e lavorative degli italiani che sono tornati a guardare le campagne fuori dalle città, non solo come meta per gite fuori porta ma come scelta di vita dove godere di spazi abitativi più ampi con una maggiore sensazione di sicurezza e benessere.


“La misura ha dunque un valore storico, culturale, paesaggistico ma anche urbanistico perché aiuta a ridurre i rischi di assembramento e la pressione abitativa nelle città. In questo contesto –continuano Moncalvo e Rivarossa – va ricordato anche lo stanziamento di 300 milioni per valorizzare parchi e giardini storici che oltre ad assicurare spazi di socializzazione all’aperto tengono indissolubilmente legati valori storico-culturali e valori ambientali che interessano tra l’altro la conservazione della biodiversità, la produzione di ossigeno e la riduzione del livello di inquinamento. Si tratta di una scelta strategica importante anche per promuovere nuovi flussi turistici nelle campagne offrendo allo sguardo del visitatore la bellezza del paesaggio, le tradizioni e la cultura di un’agricoltura in armonia con la storia e l’ambiente. Il Piemonte – concludono – è la regione che ha il maggior numero di piccoli comuni: ne conta 1.046, cioè il 18,99% del totale nazionale. Per questo ora più che mai, è importante superare i ritardi sulle infrastrutture telematiche cercando di colmare il digital divide che spezza il Paese fra zone servite dalla banda larga e altre no, fra città e campagne, per far esplodere le enormi risorse che il territorio può offrire”.

Borghi rurali: infrastrutture, collegamenti ed economia

Tuttavia, la riqualificazione dei borghi abbandonati della montagna piemontese, e dell’altra collina, per quanto in sé fattore eccellente, porta ad una serie di riflessioni non scontate. I borghi piemontesi sono distribuiti su un territorio molto frazionato dal punto di vista delle infrastrutture, dell’economia, della ricettività e della cultura.


Oltre che dal punto di vista dell’orografia e della conformazione fisica dei suoli, i territori di montagna e di alta collina si differenziano anche dal punto di vista delle attività economiche. Altra cosa è ristrutturare un borgo antico dell’Appennino Ligure (di pertinenza del Piemonte) con basse o inesistenti attrattive turistiche e stagnanti produzioni tipiche, altra un borgo dell’alta montagna con la sua mono-economia turistica ma anche una serie di infrastrutture e servizi che ne facilitano lo sviluppo. Nonostante siano proprio in montagna i maggiori corridoi di trasporto internazionale, resta difficile la connettività: sia dei trasporti che telematica

Resta da capire se questa rivitalizzazione attraverso la ristrutturazione è volta al ripopolamento, e allora l’intero progetto non può non tenere conto del corollario di esigenze, culturali, scolastiche, di trasporto, di possibilità di sviluppo di attività economiche in loco o se mira, invece, alla creazione di attrazioni in località già sostenute da un’economia e da una cultura del territorio ben definite. In sostanza, non accadrà che questi borghi vengano presi d’assalto dai vacanzieri delle seconde case che possono portare lo sviluppo, ma del tutto marginale e stagionale, di piccole attività commerciali, ma, per il resto dell’anno, il solito spopolamento, la mancanza di un commercio di prossimità (uno dei molti problemi della montagna piemontese)?


E ancora: i borghi in “porta di valle” possono ben prestarsi ad un ritorno abitativo, nel caso siano ben collegati con le città o i poli economici di pertinenza mentre i borghi alti difficilmente potranno diventare luoghi di residenza primari se non con una spinta all’imprenditoria green, dal recupero di vecchie filiere come quella idroelettrica, alle nuove legate alla biomassa, al vento e al sole; la nascita di aziende agricole green che conservino la biodiversità della produzione, o dell’allevamento, con tutte le relative necessità di finanziamento.


Fra l’altro, la tendenza degli ultimi anni mostra che mentre nelle valli dell’estremo nord del Piemonte, in alcune valli del Biellese e nell’area montana del Torinese il numero di aziende agricole cresce, si nota una riduzione che tocca il sud del Piemonte, ad est e ad ovest, l’Astigiano e l’area della Valsesia. Le medesime considerazioni possono essere fatte per l’allevamento, che pare avere le sue punte di sviluppo nel nord del Piemonte. nel Biellese, nel Vercellese e nell’area montana del Torinese.

Questo risultato propone numerosi interrogativi sul modo in cui, effettivamente, potrà riconfigurarsi il tessuto abitativo ed economico dei piccoli borghi.

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