Biodiversità: quando l’uomo distrugge la molteplicità che l’evoluzione ci ha donato

La parola biodiversità è entrata nella discussione sul cibo sostenibile solo da alcuni decenni ed è divenuta recentemente oggetto del Green Deal dell’Unione europea. Ma cosa significa, esattamente? La definizione è abbastanza semplice: i milioni di anni di evoluzione della Terra hanno creato cambiamenti, i cambiamenti comportano la nascita di molteplicità. Banalmente, i pomodori e il cacao sono originari dell’America, come il mais, e sono stati portati in Europa ed entrati nell’uso comune solo recentemente (recentemente, s’intende, rispetto all’evoluzione).

Ancora più banalmente: perché i leoni sono in Africa e le tigri in Asia e non viceversa, oppure perché non abitano lo stesso continente?
Perché i cammelli sono tipici della zona sahariana e non sono autoctoni di altri territori sabbiosi, come, per esempio, il Nuovo Messico. A tal proposito, si è assistito di recente alla brutta fine dei cammelli, portati in Australia dagli Inglesi alla fine del Settecento come animali da trasporto grazie alle loro doti di resistenza ai climi aridi e poi abbandonati e lasciati moltiplicare indiscriminatamente. Oggi i cammelli costituiscono una minaccia all’ecosistema, per questo il governo ne ha decretato la strage.

Un esempio italiano: gli scoiattoli grigi, americani, acquistati nei negozi e poi persi oppure, semplicemente, liberati, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza dei nostri più piccoli scoiattoli rossi: e gli scoiattoli grigi non solo sono più grandi e forti ma cercano il cibo direttamente a terra, forse perché più abituati alla presenza umana, e rubano a man bassa risorse ai loro più timidi e piccoli “concorrenti”.

La biodiversità va dunque tutelata e gestita perché è minacciata da diversi fronti: la perdita e frammentazione degli habitat, i cambiamenti climatici, il sovrasfruttamento delle risorse, l’introduzione di specie esterne all’ecosistema e invasive e, naturalmente, l’inquinamento.

A sostegno della biodiversità, una lotta su più fronti

Poiché la biodiversità è oggi messa a rischio, e le cause sono molte e diverse nei vari territori del mondo, anche la lotta contro la perdita di biodiversità deve svolgersi su più fronti.

Su quello agricolo, per esempio: l’utilizzo estensivo di solo alcune varietà di alimenti, distrugge, di fatto, la biodiversità di un territorio e mette a rischio l’accesso all’alimentazione base degli abitanti, perché le differenze nelle tradizioni agricoli e alimentari sono parte costituente delle differenze culturali.

In primo luogo, quindi, occorre eliminare la politica agricola che promuove modelli di agricoltura industriale monoculturale e tutelare i diritti di “proprietà intellettuale”, ovvero i sistemi di coltivazione e produzione di cibo tradizionali:  le esperienze locali e la conoscenze delle pratiche agricole tradizionali è di vitale importanza per l’utilizzo della biodiversità, in particolare per le popolazioni indigene e i piccoli agricoltori, senza per questo voler mettere da parte le recenti scoperte scientifiche in agroecologia e salute degli ecosistemi. L’ approccio agroecologico, infatti, non solo protegge la biodiversità delle risorse ma promuove implementa i metodi di miglioramento della biodiversità nelle aziende agricole, per esempio, con l’uso di parassiti ecologici integrati e con la gestione del suolo.  La conservazione e il potenziamento dell’agro-biodiversità è sicuramente un passo per sostenere la sicurezza alimentare e garantire un uniforme accesso alle risorse.

La definizione più ampiamente usata di sicurezza alimentare è della FAO (2003) e afferma che: “La sicurezza alimentare esiste quando tutte le persone hanno accesso fisico, sociale ed economico a cibo sufficiente, sano e nutriente, che incontri le loro esigenze dietetiche e abitudini alimentari per una vita sana e attiva”.

Questa definizione non sottolinea solamente la possibilità di accesso al cibo ma anche la necessaria varietà che è indispensabile per le varie popolazioni, in diverse condizioni climatiche. Non si sofferma solamente sulla disponibilità di cibo ma sull’accesso a cibo buono non solo in base alle calorie ma alla ricchezza in micronutrienti e fibre. Alla sanità dell’acqua, indispensabile per la salubrità delle culture e all’allevamento del bestiame.

Biodiversità, quando il pericolo è l’inquinamento

Il riscaldamento e l’eutrofizzazione sono due dei più importanti fattori di stress del cambiamento globale per gli ecosistemi naturali, e la loro interazione è stata recentemente oggetto di un recente studio di ricercatori svedesi e tedeschi.

Intanto, cosa significa eutrofizzazione: banalmente, l’eutrofizzazione è l’effetto dell’eccesso di nutrienti come azoto o fosforo nell’acqua, che porta alla crescita eccessiva di piante ed alghe. Le fonti di questi fosfati in eccesso sono i fosfati nei detergenti (aboliti ormai da anni), nei reflussi industriale/domestico e nei fertilizzanti. Dopo la morte di questi organismi, la degradazione batterica della loro biomassa si traduce in consumo di ossigeno, creando così uno stato di scarsità di ossigeno, con conseguente morte della fauna dello stesso ecosistema.

Dal canto suo, il riscaldamento incide sulla biodiversità negli ecosistemi acquatici poveri di elementi nutritivi: in sostanza, con il riscaldamento, sopravvivono solo i predatori più forti. Insomma, i due fattori combinati rischiano veramente di creare ecosistemi acquatici morti per mancanza di ossigeno o per mancanza di prede.

Biodiversità: mai sentito parlare di celiachia?

La parola deriva dal greco e alludeva ad una sindrome da malassorbimento, con diarrea cronica. Tuttavia, la relazione diretta fra malattia e glutine è relativamente recente, e risale agli alla fine degli anni Sessanta.  Ed è evidente che la celiachia è in continuo aumento o comunque che, ogni giorno, migliaia di persone si scoprono celiache.

Ebbene, parlando di biodiversità, l’intolleranza al frumento non si estende ad altri cereali, come orzo e avena, ma nemmeno, pare, ai cosiddetti “grani antichi” come farro (è un grano) e farro bicocco, grano duro Senator Cappelli, grani siciliani Tumminia, o Timilia e Perciasacchi o strazzavisaz.

Quasi del tutto abbandonati nel XX secolo a favore dei grani moderni, più ricchi di glutine e più produttivi, scopriamo ora che questi grani, anche se hanno minor resa nel campo (ed è probabilmente la ragione dell’abbandono), sono a fusto alto, perciò hanno meno bisogno di diserbanti, hanno lunghe radici con le quali riescono a introdurre maggiori micronutrienti dal terreno, quindi necessitano meno di fertilizzanti, possono essere coltivati dove i grani moderni non producono. Infine, sostengono alcuni medici, la qualità del loro glutine è migliore, tanto da non scatenare l’intolleranza.

E questo è solo un esempio del valore di quella biodiversità alla quale stiamo attentando soprattutto per questioni di profitto: si è scoperto, per esempio, che alcune varietà di cultivar meno conosciute o semi-selvatiche di patate dolci, riso e banane hanno diversi e migliori contenuti in macro e micronutrienti.

Il Fonio, un cereale coltivato in Africa già 5000 anni fa, potrebbe essere una soluzione per combattere carestia e siccità perché cresce in pochissima acqua, può essere raccolto tre volte l’anno e le sue lunghe radici aiutano a combattere l’erosione del suolo. Ma la biodiversità è anche vittima delle multinazionali delle biotecnologie agrarie, con conseguenze nefaste a livello economico per le comunità che adottano i cosiddetti “semi commerciali”: dal 2008 al 2016, in Burkina Faso, la coltivazione estensiva del cotone geneticamente modificato Bt, della Monsanto, ha messo in crisi la sopravvivenza delle comunità agricole locali.

Secondo un rapporto della Global Network for the Right to Food and Nutrition, i contadini compravano a credito i semi, con il loro corredo tecnico di fertilizzanti e pesticidi, per pagarli alla fine del raccolto. Tragici gli anni di raccolto scarso o di cattiva qualità, perché non solo i coltivatori erano pagati meno per il prodotto ma dovevano anche rimborsare la società per l’anticipo di semi e corredo. Ed è solo un esempio dei danni provocati dalle sementi ibride e commerciali: dipendenza dei contadini, indebitamento, abbandono delle sementi rurali che potrebbero garantire l’accesso ad una nutrizione abbondante e di qualità, cancellazione della biodiversità.

Biodiversità: l’impegno degli Organismi internazionali

Nutrizione e biodiversità rappresentano gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) di ONU e FAO: da una parte, dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame e garantire la sostenibilità ambientale. Dall’altra, in collaborazione con l’Istituto internazionale per le risorse genetiche vegetali (IPGRI), le due organizzazioni stanno conducendo una nuova iniziativa internazionale sulla biodiversità per l’alimentazione e la nutrizione sotto l’egida della Convenzione sulla diversità biologica. L’obiettivo generale è promuovere l’uso sostenibile della biodiversità nei programmi che contribuiscono alla sicurezza alimentare e all’alimentazione umana, e quindi sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di questo legame per lo sviluppo sostenibile.

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