Agroecologia e biodiversità, la sfida dei piccoli produttori

Les Omergues è un borgo di poco più di cento abitanti delle Alpi dell’Alta Provenza: lo si raggiunge non per caso, perché non è inserito nei tradizionali tour della Provenza e della lavanda. È situato a pochi chilometri dalla più nota Forcalquier, bellissimo esempio di cittadina provenzale con un mercato tipico molto ricercato.

Bene, se voleste proprio raggiungere le Omergues lo fareste, probabilmente, per incontrare Claude Mabille. Se ci riuscirete, perché non è espansivo né cordiale, incontrerete uno dei rappresentanti più straordinari e poco conosciuti di radicamento al territorio nel tentativo di preservarne la biodiversità, per mantenere attiva la locale cultura dell’agroecologia. Da più di quarant’anni, Mabille si occupa della raccolta e della produzione artigianale di oli e idrolati tratti da erbe selvagge dell’Alta Provenza. Le vende sui mercati più noti, Apt, Nyons, Forcalquier…

Il suo banco è un inno alla biodiversità e, osservandolo non è difficile rendersi conto di quanto la riduzione progressiva ma implacabile della varietà che l’evoluzione ci ha regalato nel corso dei millenni, e che stiamo progressivamente ma inesorabilmente e insensatamente riducendo nel giro di pochi decenni, incida profondamente sull’alimentazione tipica ma anche sui rimedi medicamentosi usati da centinaia di anni nelle zone più appartate del mondo.

Biodiversità per la sopravvivenza delle culture

Certo, questa scomparsa non sembra drammatica in luoghi nei quali l’approvvigionamento di cibo e di sostanze medicinali è più semplice. Invece, la possibilità di trarre sostentamento e principi medicinali dai semi autoctoni e dalle piante selvatiche è tutt’altro che scontata, per le comunità che vivono la distruzione degli ecosistemi vecchi di millenni. Per queste civiltà l’accesso al patrimonio erbicolo e alle vecchie sementi può garantire non solo un’alimentazione che fornisca i principali nutrimenti ma anche i rimedi fitoterapici tramandati dall’antichità. Se pensiamo al disboscamento di enormi tratti di foresta amazzonica, per fare un esempio drastico e contemporaneo, comprendiamo quanto sia drammatica la vita dei popoli indigeni e quanto diventi limitata la loro possibilità di accesso a un patrimonio di conoscenze che dalla foresta ha tratto la sua origine.

La sfida parte da pochi

E più che eroico, nelle attuali contingenze, è lo sforzo di Mabille, burbera ma attraente figura di solitario, che lo spiega con convinzione. La biodiversità ogni giorno si riduce. Intanto, lui continua a lavorare. Sul suo banco si incontrano nomi dei quali nemmeno sappiamo il significato: ci sono le tradizionali infiorescenze e foglie di tiglio, da sempre usate per indurre il sonno (l’effetto è prorompente), naturalmente la lavanda selvatica, il rosmarino, ma anche gli idrolati di carote, di cedro dell’Alante e di Iperico, l’erba di San Giovanni, la Vigne Rouge, vite rossa, il Gui, Viscum Album e decine di altre, un autentico catalogo della varietà della flora selvaggia che, da sempre, l’uomo utilizza come cibo, come spezia o come medicamento. Perdere le tradizioni significa perdere la memoria e si sa che le civiltà prive di memoria diventano fragili. Il radicamento in un territorio passa anche attraverso la conservazione dei piccoli giacimenti alimentari: solo una volta che li avremo persi, capiremo probabilmente quanto erano significativi.

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