Agricoltura di sussistenza: vitale per il bene del mondo e delle comunità

Agricoltura di sussistenza, vitale per il bene del mondo, come ampiamente spiegato da numerose organizzazioni internazionale, come la FAO. L’agricoltura di sussistenza è il primo tipo di agricoltura mai praticato perché risale al Paleolitico quando cioè le comunità degli uomini cominciarono ad essere stanziali e sostituirono alla caccia e alla raccolta, la coltivazione e l’allevamento. Questo cambiamento creò quindi insediamenti, case e villaggi, che coltivano la poca terra per trarne i mezzi di sostentamento. Le famiglie usavano in genere la rotazione agricola per rinfrescare i terreni e renderli sempre fertili. Questo tipo di agricoltura viene ancora praticata alcune zone del mondo ed è tipica, per esempio, nell’Africa subsahariana. 

A differenza dell’agricoltura intensiva, non è volta al commercio, e a differenza della monocultura intensiva, non è dedicata alla produzione di prodotti di pregio come cocco, ananas, banane che poi saranno esportati in tutti i paesi del mondo. 

L’agricoltura di sussistenza è stata lungamente praticata anche in Italia, attraverso piccoli nuclei di agricoltori che lavoravano, insieme ai terreni del padrone, anche piccoli appezzamenti in concessione. Anche i Monasteri hanno per lungo tempo applicato l’agricoltura di sussistenza all’interno delle loro mura e nei loro terreni. 

Per un approfondimento: Agricoltura di sussistenza primitiva e intensiva. 

L’agricoltura di sussistenza primitiva comprende colture mobili, tagli e incendi e agricoltura nomade pastorale. Nella coltivazione in movimento gli agricoltori in genere coltivano un pezzo di terra e lo abbandonano quando la fertilità del suolo diminuisce. Segue un lungo periodo di maggese cioè di abbandono alla natura della terra. Il sistema di taglio e bruciatura consiste nel tagliare e bruciare parte della vegetazione forestale e, a seconda delle condizioni, il terreno sgomberato può essere utilizzato per la coltivazione per un periodo compreso tra uno e tre anni per poi essere lasciato a maggese mentre si procede alla pulitura di un altro lotto 

Dato che la tecnologia moderna non viene utilizzata nell’agricoltura di sussistenza primitiva, l’area di terra che un agricoltore può coltivare in ogni stagione è limitata dagli strumenti disponibili, dal tipo di coltura, dalla forza lavoro, dalla qualità del suolo e dalle condizioni climatiche. 

Come risultato dell’elevata pressione demografica, c’è sempre meno terra disponibile per la coltivazione di sussistenza primitiva e quindi i periodi di maggese si accorciano e gli appezzamenti vengono coltivati ​​per più anni rendendoli insostenibili. Con il tempo, quindi, l’agricoltura di sussistenza primitiva si è evoluta in agricoltura di sussistenza intensiva in cui gli agricoltori massimizzano la produzione alimentare in campi relativamente piccoli. Per massimizzare la produzione di cibo e sostenere le grandi popolazioni sui piccoli appezzamenti di terra, i coltivatori praticano colture doppie e continue senza falciature, assicurando così che nessuna terra venga sprecata. Gli agricoltori usano anche quantità minime di fertilizzanti (di solito letame e occasionalmente fertilizzanti inorganici) per aumentare la produttività delle colture. Inoltre, il bestiame è solitamente autorizzato a pascolare su terreni non adatti alle colture. 

Quini l’agricoltura di sussistenza è caratterizzata da terreni ridotti, contemporanea presenza di allevamento e basse rese del raccolto. 

La perdita di biodiversità: il pericolo dell’agricoltura di sussistenza intensivo 

L’aumento della domanda di terreni agricoli ha inevitabilmente portato a una competizione per lo spazio con un’eccessiva pressione sulle risorse naturali. Le foreste indigene vengono continuamente trasformate in terreni agricoli. Come si sa, e i recenti drammatici eventi pandemici lo hanno portato alla coscienza del mondo, la perdita di vegetazione naturale innesca una serie di cambiamenti, la maggior parte dei quali ha importanti impatti negativi sulla sostenibilità dell’intero ecosistema. Il disboscamento delle foreste è seguito dalla coltivazione intensiva o semi-intensiva. Alla perdita di biodiversità tipica dei sistemi boschivi stabili, la bruciatura volatilizza le sostanze nutrienti, lasciando i terreni sempre più impoveriti. 

Specie animali che erano tipiche del fondo della foresta si avvicinano agli agglomerati urbani, modificandone a loro volta gli ecosistemi e, talora, portando virus prima sconosciuti, che l’uomo non ha armi per combattere. 

Per concludere: l’agricoltura di sussistenza per il benessere dell’uomo e dell’ambiente 

Il potenziale dell’agricoltura di sussistenza per eliminare la fame e la povertà e migliorare il benessere delle comunità rurali nei paesi in via di sviluppo è una delle grandi sfide della modernità Una sfida che gli agricoltori non possono affrontare da soli: tuttavia questa sfida richiede, sì, sforzi coordinati da parte degli enti pubblici e privati ma anche un’autentica partecipazione degli agricoltori  alla pianificazione e all’attuazione dei programma, che significa non solo maggior coinvolgimento e motivazione ma anche maggior peso politico delle comunità, 

In sostanza, la tutela delle colture di sussistenza contro l’invadenza delle culture intensive ha dimostrato di essere un’arma per prevenire naturalmente le pandemie, garantire a tutti l’accesso al cibo, diminuire l’impronta di carbonio e tentare di combattere l’enorme disparità fra paesi sviluppati e no.  

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